RICONOSCERE: trovare il filo che unisce quello che sembrava separato
Una delle cose più difficili, quando costruisci un brand personale, non è capire cosa aggiungere. È capire cosa tenere insieme.
Perché dentro una persona possono convivere moltissime cose.
Una formazione.
Un’esperienza professionale.
Una passione.
Un secondo percorso che sembrava non avere nulla a che fare con il primo.
Un modo particolare di lavorare.
Qualcosa che hai imparato lontano dal tuo settore.
Perfino un pezzo della tua storia personale.
E quando arriva il momento di raccontarti, spesso la prima reazione è separarli.
Questo non c’entra con quello che faccio. Questa cosa è troppo personale. Questa competenza appartiene a un altro ambito. Se racconto anche questo, creo confusione.
Così inizi a fare ordine. Ma qualche volta, nel tentativo di fare ordine, perdi proprio la cosa più interessante. Il filo.
Quando lavoro su un brand personale, mi capita spesso di incontrare persone che hanno una percezione molto precisa del proprio problema:
“Ho troppe cose da dire.”
Oppure:
“Il mio percorso è troppo vario.”
O ancora:
“Non riesco a trovare una nicchia perché faccio cose diverse.”
E in effetti, guardando dall’esterno, può sembrare così. Ma c’è una domanda che trovo molto più interessante da fare: E se il problema non fosse la quantità di cose che ci sono, ma il fatto che non abbiamo ancora capito cosa le unisce?
Perché la complessità non è necessariamente confusione. A volte è semplicemente complessità non ancora interpretata. E questa distinzione cambia completamente il lavoro di branding.
È quello che è successo con Laura
Quando ho iniziato a lavorare con Laura, c’erano due mondi che sembravano dover rimanere separati. Da una parte il coaching, dall’altra lo yoga.
Due percorsi diversi.
Due linguaggi diversi.
Due competenze che, prese singolarmente, potevano essere comunicate senza troppe difficoltà.
Il rischio era proprio quello di raccontarli come due cose. Da una parte faccio coaching. Dall’altra mi occupo anche di yoga. Una cosa accanto all’altra. Perfettamente comprensibili, forse, ma non necessariamente riconoscibili. Perché una lista di competenze dice cosa sai fare. Non dice necessariamente perché quelle competenze esistono insieme proprio nella tua storia.
Ed è lì che abbiamo iniziato a guardare diversamente.
Coaching e yoga sembravano due mondi distinti, ma guardandoli più attentamente emergeva qualcosa che li attraversava entrambi: la consapevolezza.
Solo che la esprimevano attraverso due linguaggi diversi.
Il coaching lavorava sulla consapevolezza mentale, lo yoga sulla consapevolezza del corpo. Non erano quindi due attività che Laura aveva casualmente accumulato nel corso del tempo, erano due espressioni di una stessa visione.
E quando quella connessione è diventata evidente, è cambiato anche il modo di raccontare il suo brand. Non era più necessario spiegare perché faceva anche yoga, perché lo yoga non era più un’aggiunta, era diventato parte della stessa storia.
Avevamo smesso di guardare due pezzi separati e avevamo iniziato a vedere il disegno che formavano insieme. Questo, per me, è RICONOSCERE.
Nel branding si parla moltissimo di differenziazione.
Cosa puoi fare di diverso?
Qual è il tuo elemento distintivo?
Come puoi distinguerti dai concorrenti?
Sono domande legittime, ma spesso arrivano troppo presto. Perché prima di chiederti cosa potresti fare di diverso, dovresti chiederti: cosa c’è già nel tuo modo di essere e di lavorare che gli altri non possono avere esattamente nello stesso modo?
La risposta non è necessariamente una competenza straordinaria. Potrebbe essere una connessione, un’associazione che per te è naturale e che per qualcun altro non lo sarebbe mai, un modo particolare di affrontare un problema, due discipline che hai studiato e che nessuno dei tuoi concorrenti ha studiato nello stesso modo, un’esperienza che ha modificato il tuo modo di lavorare, un riferimento culturale che continua a influenzare il tuo gusto, una sensibilità che ritorna in tutto quello che fai.
Il tuo sguardo si è formato molto prima che tu decidessi di sviluppare e comunicare un brand. Il lavoro strategico consiste anche nel tornare indietro e capire da cosa.
Quello che per te è normale potrebbe essere il tuo tratto distintivo
Ed è qui che il lavoro diventa particolarmente interessante. Perché spesso le cose più preziose sono proprio quelle che facciamo più fatica a riconoscere. Non le consideriamo speciali, perché ci appartengono.
“Ma questa cosa la fanno tutti.” “È semplicemente il mio modo di lavorare.” “Non mi sembra una competenza così importante.” “Non c’entra niente con il mio business.”
È comprensibile. Quando qualcosa ci accompagna da anni, smettiamo di percepirne la particolarità. Un po’ come accade con un accento. Tu non lo senti, lo sentono gli altri.
Ecco perché costruire un brand personale richiede, prima ancora della comunicazione, uno sguardo sufficientemente attento da riconoscere ciò che per te è diventato invisibile.
Riconoscere non significa tenere tutto
Questo è un punto importante. Dire che la complessità può essere una risorsa non significa che tutto debba necessariamente entrare nel brand.
Anzi. Il lavoro strategico non consiste nel prendere ogni pezzo della tua vita e metterlo online. Non tutto ciò che ti appartiene è necessariamente rilevante per il tuo posizionamento. E non tutto ciò che è rilevante deve necessariamente essere comunicato.
Riconoscere viene prima di scegliere.
Prima guardi, poi trovi le connessioni, poi capisci quali di quelle connessioni hanno davvero un significato per il brand che vuoi costruire. E soltanto a quel punto puoi decidere cosa portare fuori.
È una differenza sottile, ma fondamentale. Perché se inizi dalla selezione senza aver prima compreso l’insieme, rischi di eliminare proprio quei dettagli che avrebbero potuto renderti riconoscibile.
Mi piace pensare al branding personale anche attraverso una metafora.
La tua storia, spesso, assomiglia a una matassa. Ci sono fili che si sono intrecciati negli anni. Alcuni sembrano importanti, altri sembrano casuali, altri ancora non sai nemmeno perché siano lì.
Il rischio è guardare quella matassa e pensare: “È troppo complicata. Devo semplificarla.” Ma forse non devi tagliare, forse devi semplicemente trovare il filo giusto. Quello che, una volta tirato, comincia a mettere in relazione cose che fino a quel momento sembravano separate.
È quello che è successo con Laura. Ed è una delle cose che trovo più interessanti nel lavoro strategico: non sempre devo aggiungere qualcosa a un brand. A volte devo soltanto aiutare una persona a vedere quello che aveva già davanti agli occhi.
Un brand personale forte non è necessariamente quello che riesce a raccontare meno, è quello che riesce a dare un significato a ciò che racconta.
Perché puoi avere dieci competenze e risultare generico. Oppure puoi averne tre, apparentemente molto diverse, e diventare immediatamente riconoscibile se qualcuno riesce a vedere il filo che le attraversa.
La differenza non sta quindi soltanto in quante cose fai. Sta nella capacità di far capire perché quelle cose appartengono insieme proprio a te. Ed è questo che trasforma una serie di caratteristiche in un’identità.
Da dove partire, allora?
Se senti di avere un brand troppo complesso, prima di eliminare qualcosa prova a fare un esercizio molto semplice. Prendi tutto quello che oggi consideri parte del tuo percorso: competenze, formazioni, esperienze, interessi, passioni, valori, modi di lavorare, temi che tornano continuamente nel tuo pensiero.
E invece di chiederti “cosa posso togliere?”, prova a chiederti: Che cosa ritorna? Quale tema compare più volte? Quale valore attraversa esperienze apparentemente diverse? Quale modo di vedere il mondo ritrovo in quello che faccio, anche quando cambio contesto? Qual è quella connessione che per me è talmente naturale da non averla mai considerata degna di nota?
Potresti scoprire che il tuo posizionamento non ha bisogno di essere inventato, ha bisogno di essere riconosciuto.
Per questo, nel mio metodo, RICONOSCERE viene prima di costruire.
Prima di decidere cosa dire. Prima di scegliere come apparire. Prima ancora di pensare alla strategia di comunicazione.
Perché se non hai ancora visto il filo che tiene insieme la tua storia, rischi di costruire un brand che la semplifica invece di renderla chiara. E io non credo che il compito di un brand personale sia renderti più semplice. Credo che sia renderti comprensibile senza toglierti complessità.
Perché la parte più interessante di quello che sei potrebbe essere proprio quella che, fino a oggi, avevi considerato troppo lontana dal resto per poter stare insieme.
A volte non manca un pezzo, manca soltanto qualcuno che ti aiuti a vedere il disegno.
Ma trovare il filo non basta.
Perché una cosa può essere chiarissima dentro di te e rimanere completamente invisibile agli altri.
Ed è qui che comincia il lavoro successivo: tradurla.
Scopri le modalità di accesso a Magnetic Star.
Potrebbero interessarti anche
Cosa c’entrano i muratori con il brand?
Che c'entrano i muratori con il brand?Tempo di lettura: 1 minut0Se mi avessero chiesto ai tempi della scuola di dare un voto a quanto mi piaceva essere autentica, non ci avrei messo molto ad assegnare un bello zero. D’altra parte essere se stessi significava essere...
Bilanci di fine anno di un Personal Brand
Bilanci di fine anno di un Personal BrandTempo di lettura: 2 minutiÈ poco meno di un anno che parliamo di Brand, Personal Brand, valori, mission e chi più ne ha più ne metta. Ma adesso, seduta di fronte al mio amato caminetto acceso, che mi scalda i piedi infreddoliti...
La reputazione del tuo brand online
La reputazione del tuo brand onlineTempo di lettura: 2 minutiApro la pagina Facebook della mia attività e una stellina campeggia in alto. C’è una nuova recensione. Che bello! Ma l’idillio dura un nanosecondo: la recensione è negativa. Ti è mai capitato? È ciò che è...



