RIVELARE: quando hai bisogno di un altro paio di occhi per vedere il valore che hai già costruito

Quando lavori a lungo nel tuo settore, succede sempre. Più diventi bravo in quello che fai, più alcune delle cose che ti rendono bravo smettono di sembrarti interessanti, diventano normali.

Il modo in cui affronti un problema. Una domanda che fai sempre ai tuoi clienti. La cura che metti in un passaggio che gli altri saltano. Una capacità che hai sviluppato dopo anni di esperienza. Una certa sensibilità che ti porta a notare cose che altri non vedono.

Per te non sono più competenze, sono semplicemente il tuo modo di fare le cose.

Ed è proprio questo il problema, perché ciò che per te è diventato naturale può essere esattamente ciò che, visto da fuori, rende il tuo lavoro diverso.

Pensa a qualcosa che fai molto bene.

Probabilmente, se qualcuno ti chiedesse di spiegargli perché lo fai in quel modo, avresti difficoltà a rispondere. Non perché tu non lo sappia, ma perché lo sai talmente bene da non doverci più pensare.

È diventato automatico. È un po’ come quando vivi per anni nella stessa città. All’inizio noti tutto. Le strade, i palazzi, i dettagli, i rumori, i panorami.

Poi, dopo un po’, smetti di farci caso. Non perché la città sia cambiata, perché è cambiato il modo in cui la guardi. La familiarità ha coperto ciò che una volta vedevi benissimo.

Nel lavoro succede la stessa cosa. E spesso è proprio qui che un professionista esperto comincia ad avere difficoltà con il proprio brand. Non gli manca qualcosa da raccontare, gli manca la capacità di vedere ciò che merita di essere raccontato.

Questo è uno dei paradossi che trovo più interessanti del branding personale.

Più esperienza accumuli, più cose hai da mostrare. Ma allo stesso tempo, più rischi di non renderti conto di quali siano davvero importanti. Perché quando una competenza diventa parte integrante del tuo modo di lavorare, smetti di percepirla come qualcosa di speciale, diventa ovvia.

E così puoi arrivare a dire: “Ma questa cosa la fanno tutti.” quando, magari, non è affatto vero. Oppure: “Non mi sembra una cosa così interessante.” quando invece è proprio quella cosa che un cliente ricorda di te. O ancora: “È semplicemente il mio metodo di lavoro.” come se il fatto che qualcosa ti venga naturale significasse che non abbia valore.

Ma spesso ciò che fai con più naturalezza è il risultato di anni di esperienza che ormai non riesci più a vedere.

Per questo mi piace molto la metafora della bottiglia.

Quando sei dentro una bottiglia, conosci perfettamente ciò che c’è al suo interno. Puoi descriverlo, puoi utilizzarlo, puoi lavorarci ogni giorno, ma fai fatica a vedere la bottiglia nella sua interezza. Non riesci ad avere quella distanza necessaria per osservare la forma che ha dall’esterno.

Nel branding personale, la situazione è molto simile. Tu sei contemporaneamente: la persona che ha costruito il lavoro, quella che lo vive ogni giorno, quella che lo conosce meglio di chiunque altro e quella che dovrebbe riuscire a raccontarlo a chi lo vede per la prima volta.

Non è semplice. Perché stai cercando di guardare te stesso con gli occhi di qualcun altro. E gli occhi di qualcun altro non li puoi semplicemente indossare.

È quello che è successo con Daniele

Quando ho iniziato a lavorare con Daniele, non dovevamo inventare una nuova identità. C’erano già competenze, esperienza e un modo molto preciso di lavorare. Il problema era che alcune delle cose più interessanti erano diventate talmente normali per lui da essere quasi invisibili. Non le considerava elementi distintivi, erano semplicemente cose che faceva. E allora il lavoro è partito da alcune domande.

Perché fai questa cosa in questo modo? Quando hai iniziato a farla? Cosa succede se non la fai? Cosa noti tu che altri professionisti non notano? Che cosa dai per scontato? Quali sono le cose che i clienti apprezzano di più, anche quando tu non le consideri particolarmente importanti?

A poco a poco, alcuni elementi hanno cominciato a emergere. Non stavamo aggiungendo qualcosa al suo brand, stavamo rendendo visibile qualcosa che c’era già.

È anche per questo che credo che, in certi momenti della costruzione di un brand, avere uno sguardo esterno non sia semplicemente utile, è strategico.

Non perché qualcuno da fuori sappia chi devi diventare. Anzi, il lavoro non dovrebbe mai essere quello di arrivare con una formula pronta e infilarci dentro una persona. Dovrebbe essere il contrario.

Guardare abbastanza a lungo da accorgersi di ciò che quella persona non riesce più a vedere. Fare domande. Mettere in relazione episodi apparentemente scollegati. Notare ricorrenze. Rileggere certe scelte. Osservare ciò che ritorna. E, a un certo punto, restituire alla persona qualcosa che in realtà le apparteneva già.

Mi capita di dire ai miei clienti: “Guarda che questa cosa che fai senza pensarci è proprio una delle cose che ti distingue.” E, dall’altra parte, la risposta è sempre: “Davvero? Io non ci avevo mai fatto caso.”

È spesso lì che qualcosa si sblocca, perché improvvisamente inizi a guardare il tuo lavoro con una prospettiva nuova.

Rivelare non significa aggiungere.

Questa è la parte più importante. Rivelare non significa inventare. Non significa trovare a tutti i costi un tratto distintivo. Non significa costruire un personaggio. Non significa cercare qualcosa di strano da mettere in comunicazione per sembrare diversi.

Significa togliere gli strati di familiarità che si sono depositati sopra quello che fai. Come quando pulisci un’opera e, sotto la superficie, ricomincia a comparire qualcosa che era sempre stato lì.

Il brand non nasce nel momento in cui inventiamo quella cosa, nasce nel momento in cui riusciamo finalmente a riconoscerla.

Quando lavori da tanti anni nel tuo settore, è facile pensare che per rendere il tuo brand più interessante tu debba aggiungere qualcosa.

Un nuovo servizio, un nuovo format, una nuova nicchia, una nuova promessa, un nuovo modo di comunicare. Ma forse, prima di aggiungere, vale la pena fermarsi e chiedersi: Che cosa faccio continuamente senza rendermi conto che non è affatto scontato? Che cosa vedono i miei clienti in me che io non considero più? Quale parte del mio modo di lavorare ho smesso di vedere proprio perché mi appartiene da così tanto tempo?

Perché il tuo tratto più riconoscibile potrebbe essere proprio davanti ai tuoi occhi, solo che, dopo averlo guardato per così tanto tempo, hai smesso di vederlo.

E qui si chiude il terzo movimento.

Prima abbiamo cercato il filo. Poi abbiamo trovato il modo di tradurlo in qualcosa che gli altri potessero riconoscere. Ma c’è un altro passaggio, altrettanto importante: vedere ciò che, da dentro, non riuscivi più a vedere.

È questo, per me, il senso di RIVELARE. Portare alla luce. E qualche volta, per riuscirci, serve semplicemente un altro paio di occhi. Ma trovare ciò che era rimasto nascosto non significa ancora decidere come costruirci sopra un brand. Perché, una volta emerso, quel tratto va anche protetto. Protetto dalle mode, dalle formule che funzionano per tutti, dalle aspettative del mercato e dalla tentazione di trasformare una persona in qualcosa che non le somiglia. Ed è qui che comincia il lavoro successivo: proteggerlo.

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